Le prime notizie certe sulla Processione risalgono al 1778, infatti, in un manoscritto rinvenuto negli archivi della Società Tarquiniese d’Arte e Storia, si legge già che in quel tempo esisteva una Statua della risurrezione (di cui nel corso degli anni si sono perse poi le tracce), che poteva essere portata in processione soltanto dagli appartenenti alla Corporazione dei Falegnami.

Probabilmente prima di tale Statua, verso il 1635 (anno in cui fu conclusa l’edificazione della Chiesa di San Giuseppe che era stata iniziata nel 1619), si portava in processione un “paliotto” con dipinta l’immagine della Risurrezione. Il cittadino Lorenzo Balduini avanza l’ipotesi che potrebbe essere quello ligneo conservato nell’anticappella di Palazzo Vitelleschi, opera del pittore Monaldo da Corneto (XVI sec.), sebbene tale teoria non trovi riscontro in nessuna documentazione.

Lo stesso Balduini è stato l’autore di una appassionata ricerca volta a conoscere l’autore della statua che ancora oggi si porta in processione, ricerca conclusasi felicemente con l’attribuzione certa dell’opera allo scultore di legno Bartolomeo Canini il quale si valse di un modello in gesso dello scultore Pietro Tenerani. Il simulacro costò alla Confraternita di San Giuseppe, che l’aveva commissionata, la somma di 122 scudi romani. La data scritta sotto il piedistallo della statua, 1832, testimonia l’anno in cui venne terminata.

Il positivo esito della ricerca ha dato però un duro colpo alle leggende fiorite nel corso dei secoli sulla Statua e sul suo autore (leggende che avevano creato una particolare atmosfera intorno al simulacro e che ancora oggi sono care alla maggioranza della popolazione), ma che non ha scalfito il legame di fede che unisce i Tarquniesi al “loro” Cristo Risorto.

Analizzando la Statua nei suoi particolari è possibile notare la complessa simbologia dei vari elementi che la compongono; essa poggia su una nuvola di colore argento che ben rende l’idea del movimento della Risurrezione, momento in cui Cristo entra nella gloria. Dietro la statua una grande raggiera dorata simboleggia la luce divina che si irradia sull’umanità diventata, come dice San Paolo, “figlia della luce”.

L’aspetto del Cristo è quello di un uomo piuttosto alto per i tempi in cui la statua venne scopita (m. 1,78), nel pieno delle forze, con il braccio destro alzato in segno di saluto e di benedizione.

Come fa notare Don Ugo Senigagliesi, il gesto ricorda l’apertura delle braccia del sacerdote nella celebrazione dell’Eucarestia, nella recita del Padre Nostro, nel segno della pace, ovvero nei segni più espressivi della comunione di Cristo con la Chiesa.

Il corpo è parzialmente rivestito da un drappo rosso porpora posto sulla spalla sinistra. Il colore ha un significato ben preciso, infatti il rosso è simbolo del sangue versato dai martiri, mentre il porpora simboleggia la regalità ed il sacerdozio.

La statua è ricca di dinamismo e quel passo deciso e trionfante che sembra andare incontro ai fedeli ben si collega al passo rapido dei portatori della macchina sostenuto dalle note della “Marcia della Risurrezione”.

Il bianco vessillo della rossa croce, sostenuto dalla mano sinistra, sventola sotto l’azione di un vento invisibile che sembra trasportare il messaggio di pace del Cristo fino alle più remote terre del mondo.

La Statua

La Statua della Risurrezione

Opera in gesso di Pietro Tenerani

Opera lignea di Bartolomeo Canini

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